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Aprite la porta della vostra arte!
"pARTerre"
e "Parole nel vento" sono le rubriche dedicate alla pubblicazione
delle vostre opere, quadri, disegni, pensieri, poesie, racconti.
Aspetto le vostre idee e i vostri consigli! Potete inviare i files alla
mia e-mail Sono sempre bene accetti tutti i consigli."pietriz@yahoo.it"

Mahatma
"La felicità e la pace del cuore nascono dalla coscienza di fare
ciò che riteniamo giusto e doveroso, non dal fare ciò che gli altri
dicono e fanno."
M.K.Gandhi

Sante Verità ...I pensieri si coagulano nel cuore
se non vengono espressi.
Un'idea è come un uccello
raro
che non possiamo vedere.
Ciò che vediamo è
il ramo tremolante
dal quale ha appena spiccato il
volo.
L.G.Durrel

Riflettete-vi
"Il falso è suscettibile di un'infinità di
combinazioni, ma la verità ha un solo
modo d'essere!"
J.J.Rousseau
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23 maggio 2006
Sogno.Chiedi alla voce.
Ho sentito la sua voce, come arrivasse da un altra stanza, la stanza di un epoca. Un sottofondo limpido, appena percettibile. Una fatica indescrivibile tendere il timpano come pelle sopra un bongo, perchè vibrasse solo alla sua frequenza. "Ci vediamo più tardi!"...Una cadenza armonica, cantilenante, la voce un po' nasale, con l'inflessione dialettale di chi è costretto all'italiano per farsi intendere fuori dai suoi luoghi. Quel "ci vediam più tardi!", lo centellinavo come un buon vino da decantare in bocca, e ad ogni passaggio sulla lingua distinguevo qualche elemento nuovo. Un certo numero di anni, ma vissuti con durezza, questo leggevo tra le rughe d'espressione che solcavano la fronte spaziosa, ma nonostante tutto aveva ancora intatta la frenesia di vivere. E i denti erano saldi e buono il loro smalto, che le parole rimbalzandovi acquistavano una sonorità particolare, un tintinnio aggiunto ad ogni sillaba, merito forse del palato che donava alla voce una risonanza mistica. Non ho risposto, stordito ancora dal profumo di colonia che arrivava a sfiorare il cuscino. Ma lui, la voce che avevo ribatezzato "Bernardo", lui no, avrebbe vinto la stanchezza delle ore passate a forgiare la pelle pur di parlare con me, assetato di vita. Avrebbe ballato e pedalato scalzo sotto il cielo senza luna. Io, l'avrei ascoltato per ore, comodo nel letto, l'avrei seguito con ostinazione fino a vederlo pedalare. Così è stato. Ogni parola mi trasportava, fino a giungere là dove un'orchestrina di campagna era colonna sonora. Tre suonatori appena,una chitarra, un'armonica e il vento, mantenuti a fiaschi di rosso e salame di cascina. Tutto era poesia, la voce, la musica e quel refrain che riecheggiava i tempi del "poco" e del"prezioso".Sorrideva lui, cercando di camuffare il ghigno indelebile di chi non ha visto abbastanza, per vedermi gioire. Seguiva con il fiato il ritmo dell'armonica e con la "bionda" tra i denti rifaceva il nodo ai lacci delle sue vecchie scarpe. Le sue lacrime sugli occhi eran lenti di ingrandimento sulle quali si leggeva limpida l'immagine di una giovane donna intenta a non sbagliare i passi di danza al ritmo di musica. Gonna a pieghe a metà polpacci, sorriso e viso pulito. Il suo amore, ne sono certo. Ma sorrideva ancora, e in un angolo di bocca l'inseparabile "bionda" ancora bruciava. Tastavo i suoi bicipiti contratti sotto la camicia di flanella, muscoli sinceri i suoi, sfioravo con la mano la sua ruvida barba mentre lui scrutava le mie mani in segno di promessa. Guardava intorno a sè, con uno sguardo tenuto in equilibrio tra spavalderia e rispetto per cercare sicurezza. A tratti quella sicurezza la trovava tra l'odore del tabacco e del sudore degli anni, altre ancora nell'agilità di un ballo.... Tutto in un momento, buio e musica lontana ad aiutare un sogno. Solo il tempo di un saluto onesto, privo di promesse.Bernardo pedalava già sulla strada senza luna!
A mio nonno.
P&L
| inviato da il 23/5/2006 alle 10:5 | |
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3 maggio 2006
 "In-pongo" (Banchetto sfarzoso di impositori e plasmatori)
Gettando una conclusione presa non sò dove, ho posto fine all'incessante discussione situata tra il delta e l'estuario dell'inutile ripetizione autocelebrativa. Si discuteva del Mondo e dell'uomo, contenitore e contenuto, partendo da un antipasto di politica servito su un letto di reciproci sfottò. Continuando con un primo a base di "fantapolitica" ripassata in soffritto di luoghi comuni e false certezze. Per giungere infine al piatto forte: un paté di ambiente, teoria e lotta accompagnato da rutti liberi di sogni e delusioni. Al termine del "fiero pasto" mi sentivo sazio, satollo, ma con una sete interminabile. Così azionai il mio distributore di succhi celebrali e ne scelsi uno tra i più dissetanti ma ignorando il fatto che sulla sua etichetta regnava una scritta inneggiante non sò quale credo politico. Non è disillusione, perciò perchè stupirsi di bere una teoria politica. Il problema è un altro. Tutto stà nel far si che ciò che beviamo non dia alla testa, ma è utopistico forse pensare che si possa imporre una data di scadenza a quel fiume di acido citrico che avvelena il sangue. Siamo obesi, questa è la realtà. Metabolizziamo qualsiasi "sbobba", fagocitiamo troppe illusioni per poi rigurgitare le nostre pseudo-conclusioni senza accorgerci realmente del forzato condizionamento dialettico che ci imbocca. E' così, non abbiamo posate! Siamo solo materia, troppo plasmabile, un esercito di "Pingu" pronti ad assumere nuove forme. Sono troppe le imposizioni che ci trasformano, e noi poco abili a dare a noi stessi la forma voluta. Meno attori e più registi, questo dovremmo essere, perchè si sà, viviamo un cortometraggio dove spesso silenzio e azione accompagnano con maggior enfasi e concretezza un "the end" altrimenti confuso e scontato. P&L
| inviato da il 3/5/2006 alle 15:29 | |
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4 aprile 2006
SEGNI
Vorrei che tu scrivessi, che non avessi smesso, sarebbe come interrompere di respirare: una piccola sciocca morte. Scrivi di quando addosso arriva sera e l’ombra sua ti carezza le ossa ma amica non è; scrivi sull’avambraccio di un amore mai vissuto, troppo vissuto e del dolore riposto nel cassetto più in basso, dove sempre inciampi. Poco importa che tu scriva sul tovagliolo di carta d’un caffè o muovendo l’indice sulla sabbia o tracciando terra con un bastone. Tu, scrivi. Col pennarello grosso sopra l’anima. A memoria sulle labbra. Con gli occhi nel palmo della mano del tuo uomo o di un’altra, rubato in un attimo tra destrezza e disperazione. Io, lo chiedo. E mi basterebbe un sì uguale a quello di una sposa. Ti penso, china. A creare segni che dal cuore risalgono tutte le correnti e mulinano peggio del vento. China, mentre scruti la tua vita facendo finta. Facendo finta che non sia mai finita. Concludendo e ricominciando ad ogni posar di virgola, con la fatica a trattenerti il petto, ingoiando disillusione tra righe infinite ad annerire pagine. Scrivi, sul ginocchio sbucciato di un bambino. Sul pelo di un gatto randagio e bagnato che accosta caviglie di passanti a cercar caldo. Su una goccia di sangue, il tuo o altrui, e di qualsiasi forma puoi leggere il destino, posala sul foglio e guardala tremolare prima di spandersi a voler dire qualcosa che nemmeno tu sai. Se tu impilassi le parole arrampicheresti fino alla pioggia ove è spuria, e sarebbe lente d’ingrandimento sul mondo che scatarra e prega in egual sballata misura e con lo stesso disprezzo. Una penna tra le tue dita? Lancia di guerriero, ritocco di make-up, prolungamento di vena.. Scrivi, di quando arriva sera e l’ombra viene a trovarti ma amica non è. Viene a raccontare una storia lunga, quella del tuo silenzio; spina ad intrecciarti il cuore come tatuaggio di mano malferma su muscolo del marinaio.
P&L
| inviato da il 4/4/2006 alle 18:25 | |
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27 marzo 2006
14-03
Vorrei urlare, urlare e piangere come se non avessi nessun controllo sul mio corpo.Come quando la mente è bloccata, arida di funzioni, di strutture, di alberi logici, impulsi primordiali...Sprigionare fumo nero, merda, alghe...Annullare tutte le visioni, tutte le funzioni psicologiche...Essere un burattino mentre precipita nel vuoto dopo il taglio dei fili...un temporaneo suicidio...Vorei far saltare in aria questo treno e ridurlo in schegge vaganti, macerie nell'iperspazio e creare un incandescente scoppio nucleare. Ma...distruggerei i binari, e quelli...quelli servono per il ritorno. Timorosa, spaventata, fragile, esile, corpo senza muscoli, straccio...la realtà essere così labili...con corazze di pan di stelle, facilmente usurabili.Facile...posso dirlo con certezza?Tutto è una scelta, anche il sentimento. Non è possibile...blasfema verità, profana per un animo d'artista. Essere sensibili. Scegliere di cogliere una sfumatura di una stessa verità. Verità doppie. Tante facce, tanti teatri, tanti giochi, tanti fili...tante illusioni.Vorrei non chiedermi più il senso. Perenne fuga verso l'altrove...ricerca...è difficile il reale. E' aria putrida, infetta di egoismo, di gelosie bubboniche...la femmina...la femmina. La battaglia tra me e l'ignoto, tra me e la musica, tra me e ciò che è umano, tra me e gli intrighi sociali, tra me e la natura...ah, la natura, irraggiungibile natura. Forse non ci incontreremo mai su di un foglio, forse non ti riconoscerai nella mia idea di te...ma tu...vivresti meglio senza me...con me sopravvivi e ti incattivisci. Io, intanto, ti venero ogni attimo della mia vita, sublime estasi. Mi incoraggi ad esserci...dentro e fuori me...ma fuori...soffro...esistenza, esistenza. E la luna protegge l'anima mia. Intanto la musica di violini e contrabassi mi accompagna in questa danza macabra che a tratti ti solleva dal suolo tangibile, per toccare l'intellegibile. Io intanto, vomito bestemmie...Anelli di inchiostro si aggrappano ai fogli senza identità. Fogli di specchi, diventano ciò che vuoi, ciò che vorresti essere e ciò che non sei. Tutto in un foglio...Che strano e che triste che è questo voler e sentir d'essere. Non aver paura M. della tua immagine riflessa qui...Nulla. Il nulla lo puoi plasmare e darci un senso...ma perchè? Perchè tutti corrono e inseguono il senso, come se esso, poi, possa giustificare i nostri comportamenti?Saltano fuori mostri, clown,saltimbanchi, figure antropomorfe, scheletri fumanti...carne viva, carne del peccato. E io godo, naufrago in questo dolce dolore. Ma sanguino, e piango sul mio corpo non colpevole ma schiavo del mio sentire. M.M.
| inviato da il 27/3/2006 alle 14:5 | |
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10 marzo 2006
Siamo sicuri che i nani fossero solo 7?
Il nano cuoco mestolo Il nano calzolaio sandalo Il nano falegname truciolo Il nano dei nani mignolo Il nano veneziano gondolo Il nano celibe scapolo Il nano poco oleato cigolo Il nano asiatico mongolo Il nano malato embolo Il nano in fin di vita rantolo Il nano camorrista cutolo Il nano lanaio gomitolo Il nano bambino pargolo Il nano sempre raffreddato moccolo Il nano orologiaio pendolo Il nano orafo ciondolo Il nano verduriere broccolo Il nano barocco fronzolo Il nano tenerone coccolo Il nano con alito fresco mentolo Il nano fastidioso spigolo Il nano olandese zoccolo ... ... E sua sorella..... Il nano sempre confuso brancolo Il nano letterato Pascolo Il nano teenager brufolo Il nano violinista tremolo Il nano comunista avantipopolo Il nano nascosto cercalo Il nano caseario provolo Il nano centometrista prendilo Il nano gay dammelo P&L
| inviato da il 10/3/2006 alle 22:46 | |
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3 marzo 2006
Circo per le stelle Il nostro circo era strano, niente telone a coprire le nostre teste...gli acrobati volavano nell'aria tenue della sera e una lieve brezza li accompagnava nel loro salto nel vuoto, alla ricerca di mani amiche. Facevamo spettacolo per le stelle e loro accorrevano tutte a guardarci giocare. Eravamo felici e al tempo malinconici...il mimo "Sesar", che sotto il sorriso dipinto racchiudeva tutta la malinconia degli artisti di strada. Occhi che parlano di lacrime amare, città lontane e perenni ricordi. La gente conosciuta e quella imitata, nella perenne volontà di confondersi al mondo imitando di essere uomini. Nel nostro destino di nomadi avevamo la possibilità di non riconoscerci tali. Nomadi nello spazio ma non nel tempo. Costantemente uniti nella prerogativa di essere branco. Di città in città. Alla ricerca di un'identità difficile da trovare. Gli aquiloni di "Palla di naso" sfioravano il vento e lui, si sentiva vivo, perchè attaccato ad un filo vibrante che trasmette emozioni. Solitudine, silenzio, smania di vita e rumore. Danzava...con gli occhi scrutava al di là dei suoi uccelli di carta, alla ricerca di stelle conosciute e mai viste. Diceva che le stelle blu sono le più belle, ma quelle più difficili da vedere, si confondono con il colore della notte, galleggiando all'infinito. Si sentiva sorretto da fili, come la marionetta della sua stessa creatura. I nostri spettacoli erano sempre poco affollati. Forse la gente, non apprezzava la nostra arte, forse eravamo troppo attenti a divertire e incantare noi stessi da sentirsi poco importanti. Era così! Lo spettacolo viveva per noi e noi per lui. Quando "Barbetta"il mangiafuoco sputava fiamme lo faceva per sè. In quel getto di sole, metteva l'anima e con il fuoco parlava, incantato da quella luce giallastra. Quando arrivava l'alba, il sole era una benedizione che faceva finire l'incantesimo, con le nostre facce stupite dal bagliore della luce, tornavamo alle tende, per dormire, per riposare gli spiriti...mani fredde e coperte di lana. Il nostro mondo..nell'attesa di un'ennesima notte e di un nuovo circo per le stelle e per noi stessi! P&L
| inviato da il 3/3/2006 alle 10:49 | |
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3 marzo 2006
 A volte ritornano... Te lo dirò...anzi te lo dico ora! Non sono come credi e forse non lo sà nessuno, nemmeno io! Il vento che mi interpreta nella vita è quello che non può farsi vedere, se non con la mia maschera, perchè non verrebbe capito, e forse, verrebbe messo al rogo come un tempo si faceva...Il vento, questo vento, è un folle amatore, soffocantemente passionale, a volte freddo, altre travolgentemente pungente...nullo, piatto, silente. Un vento libero, e sà di esserlo, si rinchiude in me per le circostanze di una vita dove il vento non si vede e non si tocca, si sente ma non si ascolta, e da cui non ci si fa portar via. Se io fossi vero...già...questo è il problema! La verità è l'unica cosa che si vede, perchè abbaglia quando si presenta agli occhi. Si tende a voltare il capo e a pensare alla comodità di un'occasione che non sia impegnativa, che non ci possa far male, che non porti a nulla, se non alla deriva a cui sappiamo di essere destinati, perchè...è più facile farsi trasportare dalle onde che domare il vento porgendogli la propria vela! P&L
| inviato da il 3/3/2006 alle 10:32 | |
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11 gennaio 2006
 Poso la chitarra... Poso la chitarra sull'asfalto e ci costruisco attorno un'alcova. Ciò che non sò scrivere lo canto di gola schiarita dal vino. Alle spalle, trafori, memorie vestite di bianco, di luce obliqua che batte sui vetri. Un'ombra indistinta, riflesso di sagoma informe, rivolta al passato. Due corpi, due sguardi che avanzano senza vedere, se non numerare il peso di essere soli, seduti vicini...un unico tavolo. Un bicchiere rosso da bere, un altro si oscura di istanti fumosi. Capisco me stesso, ne scorgo movenze. Mastico sibili che sanno di anima. Parlo di anima si, e non ne sono capace. Inciampo nelle parole. Le confondo impigliato in una rete a maglie larghe, da me tessuta. Mi lascio sopraffare, stordito. Punto un dito verso scenari sfumati e mi nascondo dietro l'unghia ingiallita dal tabacco. Piego su carta le storie ed i destini, come barchette nella fontana al parco. Fingo di essere fabbro col ferro incandescente, dargli la forma, battendo finchè è rosso, poi...immergerlo nell'acqua a fissar la curvatura come parola sopra il foglio. Ma è tutto qui il mio potere...da Dio minore, costretto nei confini di un A4 troppo bianco. Chiediamo un fiume. Di lui conosciamo sponde sporche e acqua scialba. E' come noi. Si slarga esagerato, diventa basso come sfoglia. Rovescia il canoista presuntuoso per farlo poi riemergere e lasciarlo andare. Siamo quel fiume, senza dover tingere di rosso la sua spuma, che gonfia, sfoga contro le pietre la sua rabbia e travolge il ponte per non avere limiti...Ancora davanti al tavolo. Giocate a carte voi...io metto mano alla penna e fingo emozioni che non conoscete. Indagate sulle anime solo quando l'odore del pettegolezzo vi permette di trascorrere poche ore. Le vostre carte son truccate! Nessuno è vincitore! Allora prendo la chitarra, la poso sull'asfalto e ci costruisco attorno un'osteria, dove poter cantare con gli amici. Il vino disinfetta e di vino abbiamo sete. L'aceto lo lasciamo a voi, fautori del "poco e male"...inondando la vostra gola e oscurando i vostri calici d'istanti bruciati. P&L
| inviato da il 11/1/2006 alle 12:5 | |
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23 dicembre 2005
Pausa natalizia... Finalmente una meritata vacanza...a prestissimo! P&L
| inviato da il 23/12/2005 alle 0:45 | |
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14 dicembre 2005

13 anni. Sintesi di chi ha le spalle larghe. Qualcuno mi ha insegnato che NOI
siamo la società, non gli altri, "società" non è solo una parola detta
in fretta per non dire nulla, quindi NOI possiamo e dobbiamo
migliorarci. Ogni tanto in quest'Italia disincantata ci accorgiamo della presenza di problemi che rimangono insoluti. Problemi più volte individuati e rispediti al mittente. Problemi di equità legati alla nascita di una Giustizia alta, perché giusta. Problemi che fanno irruzione ogni qualvolta vengono intaccate quelle
garanzie e quei diritti fino a un momento prima ritenuti inalienabili. Sono problemi che ad un primo esame possono essere ricondotti ad un
inciampo del meccanismo giudiziario o penale, ma a ben guardare
riguardano invece noi tutti, intesi come collettività, come parte
attiva della società. Problemi che ci riguardano davvero da vicino, nelle persone
ammanettate, arrestate, condotte in carcere. Persone prelevate sul posto di lavoro, nella propria abitazione, di
fronte ai propri figli ed ai parenti, persone poste in carcere, in una situazione di incapacitazione, perché ritenute
socialmente pericolose. Persone con i braccialetti ai polsi, arrestate e
rilasciate a seguito di interrogatori chiarificatori. Persone che nel frattempo sono rimaste schiantate dall'incontro
devastante con una realtà carceraria disperata e disperante, dove il
rispetto della dignità ha lasciato il posto all'indifferenza, al punto
da diventare consuetudine. Persino l'umanità non ha più un solo volto,
ma doppie e triple identità, a seconda dell'esigenza. Il risultato di questa azione di Giustizia è poco rassicurante, ma in
quanti sentiamo il bisogno di lavorare su NOI stessi, per tentare di
migliorare il sistema, questo andazzo sgangherato delle cose? E' bestemmia l'errore grossolano, è insopportabile la lacerazione che disgrega per l'ingresso precipitoso in un luogo di dolore così
profondo come il pubblico disprezzo. E' un disagio che aggredisce per l'inaccettabilità di un accidente non
cercato, è terrificante l'impatto con la follia lucida di uno spazio
ristretto e di un tempo dilatato a dismisura, dove rumori e suoni sono
grida inascoltate…..in ogni cella di una prigione. L'incontro con queste finte dimensioni è uno scontro impari, ci
riconsegna le persone cambiate, perché sovente ne escono distrutte, ma
non trasforma le nostre eleganti ipocrisie, le nostre belle e comode
certezze: " perché a noi non potrà mai accadere"……………. Improvvisamente ci accorgiamo però che in carcere ci finisce il
salumiere come l'operaio, il docente come il giudice,l'impiegato come il libero professionista. Allora il mondo
crolla con i suoi falsi miti, e le parole vengono meno, come la pietà, perché fuggita via umiliata dal tintinnio delle
manette e dall'incombere di una cella sporca. Ci scandalizziamo sempre o quasi, con il senno del poi, sottolineando la nostra ottusità e cecità verso l'altro. Ci infervoriamo immediatamente quando siamo toccati da vicino, ma
rimaniamo indifferenti quando ciò colpisce chi magari è già affaticato. Quante volte ci si
limita ad affermare: " meno male che non è capitato a me ".Questo modo di pensare, di vivere, racchiude in sé i germi di una
ulteriore tragedia, perché rappresenta quell'ipocrisia di cui parlavo
poc'anzi, con l'aggiunta dell'egoismo, per cui gli altri
sono comunque estranei, tutto mi è estraneo, finché non tocca me….al
punto da cambiarmi. In queste
righe c'è tutto il mio disagio per non sapere offrire una proposta
credibile per evitare che quel dolore ci colpisca alle spalle, per comprendere una volta di più
l'importanza di mostrare ciò che si è, nel momento più difficile,
perché proprio in questa durezza si cresce,e ci si libera delle ipocrisie consolidate. Una crescita che accompagna la nascita di un nuovo progetto
esistenziale, dove al mostrare qualche lacrima per il nostro dolore,
opponiamo la nostra capacità e il nostro coraggio di trasformare noi
stessi e ciò che ci circonda, smettendo i panni dei migliori, che forse
e spesso non siamo.Dedica:a F.Z. e A.M.P.
P&L
| inviato da il 14/12/2005 alle 22:18 | |
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